domenica 1 novembre 2015

Ognissanti e Commemorazione di Defunti

Oggi, 1 Novembre, festa d' Ognissanti.
Domani, 2 Novembre, Commemorazione dei Defunti.



MI ha sempre colpito la contiguità di queste due celebrazioni dai nomi collettivi.
Iniziamo dalla prima: Ognissanti. Celebriamo in questo giorno la memoria di tutti i santi, anche e soprattutto di coloro che non sono stati canonizzati.

" La ricorrenza della chiesa occidentale potrebbe derivare dalla festa romana della dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l'anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Vergine e a tutti i martiri, avvenuta il 13 maggio del 609 o 610 da parte di Papa Bonifacio IV.
In seguito papa Gregorio III (731-741) scelse il 1° novembre come data dell'anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie "dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo".


Altre tesi correlano la nascita di questo culto a riti celtici ed al loro sopravvivere nel mondo del monachesimo irlandese.

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Finito Ognissanti, il giorno dopo, 2 Novembre, ecco la seconda ricorrenza dal titolo collettivo: Commemorazione dei Defunti.

"Nella chiesa latina il rito viene fatto risalire all'abate benedettino sant'Odilone di Cluny nel 998: con la riforma cluniacense stabilì infatti che le campane dell'abbazia fossero fatte suonare con rintocchi funebri dopo i vespri del 1º novembre per celebrare i defunti, ed il giorno dopo l'eucaristia sarebbe stata offerta "pro requie omnium defunctorum"; successivamente il rito venne esteso a tutta la Chiesa Cattolica. Ufficialmente la festività, chiamata originariamente Anniversarium Omnium Animarum, appare per la prima volta nell'Ordo Romanus del XIV secolo."


Un’osservazione dal punto di vista del calendario: Ognissanti-Commemorazione è in autunno, così come Pasqua è in primavera; il calendario liturgico sembra dunque ricalcare sostanzialmente il ciclo stagionale della natura alle nostre latitudini, morte-riposo-resurrezione-risveglio; ovvero, la natura stessa è resa partecipe in questo modo della liturgia cristiana."



La Commemorazione dei Defunti, è strettamente legata al mistero dell’oltretomba, al destino delle anime di coloro che ci hanno preceduto nel cammino terreno ed quindi anche di ciò che attende ognuno di noi.


Ancora abbastanza diffuso nel popolo napoletano , seppure di molto diminuito, è il senso di pietà per le anime del Purgatorio. Di quelle anime dei trapassati, considerate sempre collettivamente, che prima di giungere alle gioie del Paradiso devono “depurarsi” , spurgandosi di tutte le colpe accumulate nella vita terrena. E’ questa l’origine di tante cappelline votive ancora presenti nei vicoli di Napoli, che racchiudono rappresentazioni ricche di patos di queste anime sofferenti; le quali, tradizionalmente, possono trarre sollievo solo dalle preghiere e dalle offerte dei vivi a loro suffragio


Ogni liturgia trova espressione domestica sulle nostre tavole. Lungi dai grandi apparati culinari del Natale o della Pasqua, dalla mie parti (Campania) ci si accontenta di aggiungere qualche piccolo elemento al pasto quotidiano, quali torroni, loti e melograni.




Iniziamo dal primo: il torrone, essenzialmente, bianco d’uovo, zucchero e mandorle o nocciole, con alcune varianti come in quello tipicamente napoletano al cioccolato e a forma di cassa da morto, detto appunto “torrone dei morti” perché venduto solo in questa ricorrenza. Il torrone bianco e duro, colore della morte e dei sepolcri, evoca con la sua durezza le ossa dei morti ma con la sua dolcezza concilia l’apparentemente inconciliabile, quasi affermando che tutto sommato la morte possa aprirci la porta di dolcezze ultraterrene.


Il frutto del loto, autunnale delizia, vero dessert offerto generosamente da splendidi alberi, ora spogli delle foglie ma adorni di colorati e dolcissimi frutti. Il nome napoletano del loto è “legnasante”, in quanto dal loro taglio netto in verticale appare talvolta come un’immagine del Cristo Crocefisso.

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Sul melograno, infine, si può aprire una lunghissima disquisizione, trattandosi di un frutto noto per la sua simbologia in molte culture. Presente in molte parti dell’Antico Testamento, utilizzato dai greci del mito di Persefone, ripreso dal cristianesimo come simbolo della stessa Chiesa, che custodisce al suo interno, come un tesoro, le virtù di Cristo e dei tanti martiri

Ecco alcune notizie tratte da lavori presenti in rete:


“ La melagrana, nella sua unità e molteplicità, manifesta la Chiesa come comunità profondamente e intimamente legata al messaggio salvifico di Cristo; essa è simbolo ecclesiologico, ma anche teologico (e cristologico): ecclesiologico perché la sua molteplicità ne puntualizza la, dimensione comunitaria e l'unità mistica con Cristo, cristologico perché la ricchissima «dote» le deriva dal sacrificio di Cristo stesso.[Clicca per la fonte]

“La pianta di melograno viene considerata, assieme al melo cotogno e alla vite, uno dei più antichi alberi da frutta coltivati.
Il suo frutto, ma anche i suoi semi e il suo fiore, sono quasi sempre associati nelle civiltà antiche alla fertilità e alla fecondità.
I Fenici diffusero la pianta di melograno durante i loro viaggi in tutto il bacino del Mediterraneo.
Era apprezzata anche dagli Egizi per i quali la melagrana era considerato un  frutto medicinale per le sue proprietà terapeutiche.
Nell’antico Egitto questo frutto simboleggiava ricchezza e abbondanza ma soprattutto fertilità e discendenza numerosa.
La pianta di melograno adornava i giardini più belli appartenenti alla nobiltà o ai più ricchi egiziani ed era tenuta in grande considerazione anche perché non temeva la siccità.
Il suo frutto era usato nelle cerimonie funebri e simboleggiava il nutrimento per i defunti.
Melagrane si trovano dipinte nella camera sepolcrale di Ramsete IV e anche altre raffigurazioni di questo frutto  sotto forma di  geroglifici  sono state scoperte all’interno di tombe egizie che risalgono a 2.500 anni fa.
Nell’antica Grecia la pianta di melograno era una pianta sacra a Venere e a Giunone.
Questa dea, Giunone, veniva considerata la protettrice del matrimonio e della fertilità ed era spesso raffigurata, per questo motivo, con una melagrana nella mano destra.
Secondo una leggenda Venere donò agli uomini la pianta di melograno piantandone un albero a Cipro.
Vi è poi il mito di Persefone nel quale la melegrana ha un ruolo fondamentale.
Persefone, che gli antichi romani chiamavano Proserpina,  era una giovane fanciulla figlia della dea Demetra e di Zeus.
Venne rapita da Ade dio dell’oltretomba e da lui sposata mentre sua madre Demetra, dea dell’agricoltura e dei raccolti, la cercava disperata.
In questa sua ricerca dimenticò la  crescita delle messi e il rigoglio della  vegetazione e così sulla Terra venne un duro inverno che sembrava non volesse finire mai.
Zeus impietosito dalla triste sorte degli uomini che morivano di fame e di freddo informò Demetra di quello che era accaduto a sua figlia ma la madre disperata non acconsentiva a fare ricrescere la vegetazione sino a quando  sua figlia non le fosse stata restituita.
Persefone quando era giunta nell’Ade non aveva voluto mangiare nulla.
Soltanto una volta, svogliatamente, quando le era stata offerta della frutta, aveva mangiato sei semi di melagrana ignorando però che chi mangia i frutti degli inferi è poi costretto a soggiornarvi per l’eternità.
Infine si raggiunse un accordo per cui, siccome Persefone non aveva mangiato un frutto intero ma solo sei grani, sarebbe stata col marito solo per il numero di mesi equivalenti al numero di semi che aveva mangiato mentre il rimanente periodo avrebbe potuto trascorrerlo con la madre sulla Terra.
Demetra ogni anno accoglieva con gioia il ritorno della figlia e faceva, in primavera ed estate, rifiorire tutta la vegetazione.
In questo mito  il frutto della pianta di melograno unica fra le altre specie di piante da frutto simboleggia non solo il cibo dei defunti ma anche il valore del matrimonio, infatti Persefone soggiornava sei mesi col marito.
Però era simbolo anche di fertilità perchè quando in primavera Persefone tornava sulla Terra presso la madre questa felice faceva rifiorire tutta la vegetazione.
Per questo motivo questo mito era molto popolare e conosciuto sia dai Greci che dagli antichi romani che amavano e veneravano la dea  Demetra.
Durante i festeggiamenti in suo onore le ateniesi mangiavano i rossi chicchi della melagrana per conquistare la prosperità e la felicità.
Invece i sacerdoti addetti alle sacre cerimonie in onore della dea erano incoronati con i rami della pianta di melograno ma non potevano mangiarne i frutti in quanto erano simbolo di fertilità.
melagrana fruttoAncora oggi in certe zone della Grecia è tradizione rompere una melagrana ai matrimoni e  regalare a Capodanno i frutti di questa pianta per augurare prosperità e fortuna.
In Grecia e in Dalmazia viene piantato un melograno nel giardino della casa dove gli sposi andranno ad abitare  come simbolo di matrimonio duraturo, fecondo e felice.
Anche presso gli antichi romani la pianta di melograno veniva tenuta in grande considerazione.
Le spose nell’antica Roma mettevano una coroncina di fiori di melograno fra i capelli come simbolo di fertilità e di felice matrimonio.
I Romani chiamavano la melagrana “malum punicum” che significa “melo  cartaginese” perché pensavano che la pianta di melograno  provenisse da Cartagine quindi all’Africa settentrionale.
Invece il nome melagrana deriva dal latino malum cioè mela e da granatum che significa con semi.
La pianta di melograno viene citata più volte nella Bibbia.
La cita nel libro dell’Esodo quando scrive che immagini raffiguranti questo frutto  dovevano essere applicate sugli abiti rituali dei sacerdoti.
Descrive le melagrane che  adornavano i capitelli delle colonne che si trovavano  nel tempio del re Salomone in Gerusalemme.
Inoltre la melagrana è uno dei 7 frutti elencati nella Bibbia come speciali prodotti della “Terra Promessa” infatti dice:
“….il Signore ti porterà in un’ottima terra…terra da grano, da orzo e da viti dove prosperano i fichi, i melograni e gli ulivi”
Nella simbologia ebraica questo frutto è simbolo di onestà e di correttezza perché secondo la tradizione ebraica la melagrana contiene al suo interno 613 semi che rappresentano le 613 prescrizioni scritte nella Torah osservando le quali si ha la certezza di tenere un comportamento saggio ed equo.
Nel cristianesimo  la melagrana, a causa del colore rosso vermiglio dei suoi semi e soprattutto del suo succo, è simbolo del sangue versato da Cristo e dai Martiri quindi del martirio.
Madonna del Botticelli particolareLa melagrana si trova in molti dipinti a tema religioso e spesso i pittori del XV e del XVI secolo raffiguravano il Bambino Gesù con in mano una melagrana che raffigura la passione che il Cristo dovrà subire.
Simboleggia però un martirio fecondo perché si riferisce alla nuova vita donataci dal Redentore.
Nel Medioevo e nel Rinascimento il simbolismo della melagrana si riconduceva a quello della Chiesa che unisce in una sola fede numerosi popoli mentre i  suoi  tanti  chicchi indicavano i misteri della sapienza divina.
Anche nel mondo orientale il frutto della pianta di melograno rappresentava abbondanza, fertilità e fecondità.
In Cina era considerato il simbolo della posterità e in Turchia durante la celebrazione del matrimonio una melagrana è lanciata a terra dalla sposa che avrà tanti figli quanti sono i chicchi che fuoriescono dal frutto.
In India le donne che desiderano un bambino bevono il succo della melagrana che per tradizione assicura la fecondità.
Anche presso gli Arabi la pianta di melograno era tenuta in grande considerazione.
Nel Corano il melograno viene citato come uno degli alberi che prosperavano nel paradiso e in un altro punto di questo testo sacro viene descritto fra le cose buone che Dio ha dato agli uomini.
Quando gli Arabi all’inizio dell’ ottavo secolo invasero  la Spagna e la dominarono fondarono una città che prese il nome di Granada dal frutto che avevano introdotto in Spagna cioè la melagrana.
Infatti ancora oggi questa città ha sul suo stemma una melagrana." [Clicca per la fonte]
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Eterno riposo (in latino, Requiem aeternam) è una preghiera della tradizione cattolica rivolta a Dio per la pace delle anime dei defunti.
È derivata dall'apocrifo Apocalisse di Esdra (III secolo).


"L'eterno riposo,
dona loro, o Signore,
e splenda ad essi 
la Luce perpetua.
Riposino in pace.

Amen."